Faveravola della contea dei cento Castagni - Contea dei cento Castagni

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Faveravola della contea dei cento Castagni

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                                Premessa


Tutto iniziò in un fresco e assolato mattino d’ Aprile, l’anno successivo all’acquisto della Contea da parte mia e di mia moglie Anna Lisa.
Ricordo che stavo arando un pezzo di terreno a Nord-Est, tra la vigna e i filari di alberi da frutto, dove avevo intenzione di allestire un orto biologico, mentre poco più in là, volevo seminare del granoturco per il pollame.
Segretamente, nel mio fantasticare, pensavo di adoperare parte di quel grano genuino, previa macinatura, per fare della buona polenta nelle sere in cui i nostri numerosi amici ci avessero onorato della loro presenza.
Il terreno in questione era pieno di erbacce infestanti, poiché la Contea, negli anni precedenti, fu resa schiava della coltura intensiva che, ciclo dopo ciclo,  l’aveva indebolita rendendola arida e sterile. Un tempo, però, come seppi dal vecchio sagrestano del paese, non era così anzi, c’erano grandi e frondosi alberi a delimitare i campi coltivati ed erano abitati da uccelli e animali di ogni tipo. A suo dire, quando era bambino, la Contea era una campagna meravigliosamente rigogliosa.
Provando un sentimento di benevola compassione mentre rivoltavo le zolle della nostra terra, notai quasi invisibile in mezzo a tutte quelle erbacce un piccolo germoglio, del tutto estraneo a quel caos.
Subito fermai, a fatica, il mio vecchio motocoltivatore, fermandomi a pochissimi centimetri dall’oggetto del mio interesse. Mi chinai, smossi un po’ di terra e con mia sorpresa vidi che si trattava di una noce, dalla quale, spuntava, attraverso una fessura, un piccolo germoglio non più alto di cinque centimetri. Fui così contento di quel ritrovamento che corsi da mia moglie e mia figlia  per farglielo vedere, ed insieme, decidemmo di portare a termine ciò che la natura aveva previsto nel suo arcano disegno.
Scegliemmo l’estrema punta Nord-Ovest della Contea, dove non avevamo intenzione di seminare e qui, mettemmo di nuovo a dimora la piccola noce.
Ogni giorno uno di noi si prendeva cura del piccolo noce portando dell’acqua e quando fu alto circa trenta centimetri lo legai con delicatezza ad un paletto di legno, perché potesse crescere dritto e forte anche opposto al burrascoso e freddo vento di Tramontana.
Quasi subito ci rendemmo conto che quella piantina  cresceva a vista d’occhio, tanto che sei mesi dopo aveva già le dimensioni dei noci piantumati dai vivaisti l’anno precedente, i quali, mi assicurarono che quelle piante avevano già tre anni al momento della messa a dimora. La maestosità di quest’albero che poi seppi chiamarsi “Visilgham”, è un inno alla bellezza e alla natura ed è motivo d’orgoglio per tutta la mia famiglia e non solo.
Tutto quindi, nacque dal ritrovamento di una piccola noce e del suo fragile germoglio, senza che io potessi immaginare neanche lontanamente, ciò che sarebbe accaduto sulle rive del lago Maon di lì al passare di due semplici stagioni.


                                  Capitolo I

Cercando un piccolo pezzo di mondo tutto per noi


Per circa vent’anni io e la mia piccola famigliola abitammo a Sambughè, piccola frazione del comune di Preganziol, in provincia di Treviso.
La casa l’affittai all’età di ventitre anni, nel lontano 1979, pagando da subito, per quella che era una casa colonica rurale ormai diroccata, settanta mila lire al mese di pigione più due mensilità a titolo di cauzione, messe a frutto in banca a nome mio, che mi sarebbero state restituite a fine rapporto sempre che non causassi danni all’immobile.
Lavorammo per quasi tre anni con grande e incrollabile entusiasmo per restaurare, a spese nostre, il nostro futuro nido
d’amore e riportarlo agli antichi splendori, quando, in buona armonia, in quella casa lunga trentatre metri, alta dodici e larga otto, vivevano  ventinove  persone, coltivando  circa
quindici ettari di terreno. L’ultimo contadino a lasciare la casa una ventina d’anni prima, era da tutti conosciuto con il soprannome di “ Cencio Serro”, a causa dei nomignoli che ogni famiglia del luogo si portava in dote dai tempi dei tempi. Noi però lo chiamavamo con molto rispetto e amicizia “nonno Serro” e per tutti gli anni che siamo stati a Sambughè abbiamo goduto dei suoi racconti e dei suoi saggi consigli.
Morta la Proprietaria della casa, che era una “Signora”, arrivò l’erede, un suo pronipote. Personaggio, per me, tanto scostante quanto furbo. Sempre pronto ad aumentare la pigione senza mai fare niente di ciò che gli veniva più che lecitamente chiesto, tanto che, quando alla fine gli ridiedi le chiavi di casa chiedendogli conto dei due mesi di pigione di cauzione, davanti a mia figlia mi rispose :
-“ Mi faccia causa!”
Stava nascendo il terzo millennio e sentendo tutto lo stupore di questo memorabile passaggio che a tutti non è concesso vivere, gli feci quell’elemosina che solo la malafede porta ad accettare e da quel giorno, non lo rividi mai più.
Il sapere che una parte del nostro sudato lavoro, ogni mese andava in tasca a un simile individuo, ci fece prendere la decisione di andare alla ricerca della nostra piccola parte di mondo altrove. Finchè un giorno,nel 1998, dopo varie offerte vagliate   senza alcun esito, venimmo a sapere, tramite un amico, di una piccola casetta con un bel pezzo di terreno a Campocroce, un paesino confinante al nostro. Arrivati sul posto per un sopralluogo, guardandoci negli occhi, capimmo subito che il posto era perfetto e in quello stesso giorno, nacque la “Contea dei cento Castagni”.

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