Il senso dell'Onore - Contea dei cento Castagni

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Il senso dell'Onore

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                      Prefazione

Anni fa, precisamente nel 1998, mi ritrovai mio malgrado vittima di un incidente stradale, costretto a stare fermo col famoso collare di Vacchelli ad imbragarmi il collo.
Allora, (eravamo ancora nel secolo scorso) un po’ per sfida contro il malaffare imperante, un po’ per amore e senso del dovere verso il mio Paese, iniziai a scrivere un libello per lanciare un sassolino nello stagno frequentato da quei giovani, che guadagnando la sponda del terzo millennio, saranno gli uomini di domani.
Con questo stesso spirito mi accingo a scrivere di nuovo, ora che il terzo millennio si è presentato, dopo la festa, in tutta la sua cruda realtà. Il mio pensiero, questa volta, è rivolto però soprattutto alle generazioni precedenti, che infischiandosene altamente delle urla di dolore del mondo, hanno arraffato a più non posso senza remora alcuna, confidando nella loro presunta onnipotenza pensando con ciò, di farla franca e di poter tirare la corda all’infinito. (Sto molto attento credetemi, a non fare di tutte le erbe un fascio).In questi primi passi del nuovo millennio, ci sono stati giorni di terremoti, eruzioni, alluvioni e licenziamenti con la conseguenza che molti, troppi italiani, piangono per aver perso tutto o quasi.
Dall’altra parte altrettanti molti, troppi, hanno vita facile e assicurata sino alla fine dei loro giorni.
E lo Stato? Lo Stato poveraccio non può fare nulla!!!.
Perché le sue casse sono vuote, desolatamente vuote.
Al contrario, le tasche di chi lo governa e di chi lo ingoverna, sono piene da far schifo. Grazie a stipendi principeschi, prebende di ogni tipo, rimborsi spese folli, pensioni da nababbi, agevolazioni varie e tanta arrogante incompetenza, negli ultimi sessant’anni si è divorato l’indivorabile.
Forse questi personaggi, geni della finanza e della gestione  pubblica, troppo impegnati nei loro sporchi giochi di potere, non si sono accorti (loro che dovrebbero essere di buon esempio), di aver perso per strada qualcosa di molto più prezioso delle ricchezze ottenute: l’Onore.
E proprio questa preziosa, immensa, ma impalpabile ricchezza, mi spinge a dire la mia, senza andare in piazza a fare girotondi di fanciullesca memoria, inutili manifestazioni di massa che nessuno dopo due giorni ricorda più, se non quelle “pochezze” politiche che ben conosciamo, oppure, a devastare città intere sostenendo di voler costruire un mondo migliore.
La mia è sicuramente una protesta, ma è prima di tutto a spese mie, in secondo luogo è una protesta positiva perché propositiva e non essendo basata su slogans di cattivo gusto, urlati  nelle piazze da uomini “coraggiosissimi” finchè in branco, mi sopravviverà .
Dandomi a tempo debito il piacere, anche se il nemico è potente, di poter fieramente ridire ciò che dissi ai giovani allora… : - mai macchiai né macchio, il candido color … del mio pennacchio! -  


                                Capitolo XII

                             
 L’università



               
 “ Quando alfin giunti fummo,
                 ove dell’astro la luce rischiarocci tutt’intorno,
                di quelle vie innanze a noi
                capimmo qual fusse quella giusta,
                ch’a noi donasse l’onor dello bel ritorno”.




Queste poche righe volutamente scritte in un mio personale volgare, vorrei fossero recepite come un augurio ed allo stesso tempo un monito da coloro che si apprestano ad iniziare il cammino universitario, da parte dei grandi studiosi e scienziati del passato. La tanto agognata “Laurea”, ( il più delle volte dai genitori piuttosto che dai figli), non deve essere perseguita a tutti i costi col solo scopo di facilitare l’inserimento in un mondo del lavoro dove il fine principale e ultimo sia : poca fatica = tanto guadagno. Parliamoci chiaro,
questo tipo di laureati non servono a nessuno, sono solo ed esclusivamente un enorme costo per la società.
Cerchiamo di capirci meglio : se noi prendiamo uno studente qualsiasi, per portarlo alla laurea ci vorranno, se tutto va bene e dall’indirizzo scelto, circa cinque anni con una notevole spesa a carico dello Stato, la quale, rientra nelle stesse casse statali solo, nel caso che il laureato sia degno del 110 e lode.
Infatti un mediocre laureato, andrebbe ad ingrossare (proprio perché consapevole egli stesso della sua scarsa preparazione) quell’enorme schiera di “allegri dottorati” dalla parcella facile e piuttosto pesante, che nella maggior parte dei casi non si trasforma in regolare fattura.
Nella precaria e miserevole situazione economica in cui si trova in questo momento la Nazione, ciò non è assolutamente sopportabile. Né si può concepire di fare come nel 2002, quando, dopo 54 anni di abbuffate di  denaro pubblico, i politici al governo, non trovarono di meglio che aumentare il prezzo delle sigarette per trovare i soldi per l’università.
A parte la vergogna per una politica così immorale da incentivare, un  vizio tra i più dannosi per la salute dell’uomo, esclusivamente per motivi di scoperto di cassa, perché mal gestito anche se molto ben digerito dalla malagenìa dei politici passati e presenti; come si è ben potuto vedere in questi sei anni passati da allora, oltre a qualche morto in più per tumore ai polmoni, non s’è visto altro e per le università tutto è finito a “tarallucci e vino”.
Se Dante potesse scrivere oggi la sua Divina Commedia, sicuramente dopo la quarta zona (la giudecca dove sono i traditori dei benefattori) posta in fondo al nono ed ultimo cerchio, ne aggiungerebbe una quinta e così nel più profondo dell’Inferno, porrebbe i politicanti di tutto il mondo e Dio solo sa, di quali nefandezze saremmo costretti a leggere per giustificare una simile punizione.


 
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